Cathares du moyen-âge


Le symbole de Montségur

Il simbolo di Montségur

ordan Calvent aveva ricevuto la consolazione. Poteva sperare una buona fine di vita. Intraprese tuttavia il viaggio di Montségur, come un viaggiatore che doveva per forza raggiungere il luogo di partenza per l’Aldilà. Pierre Guillaume de Fogart, pativa già nel suo corpo il male della morte. I buoni cristiani lo fecero salire sulla schiena di un mulo. Sull’orlo del cammino, a fianco della montagna, mori’. Che cosa andavano a fare su questo poggio isolato che costava loro tante pene e tante sofferenze e morti, perfetti e morenti, credenti e pellegrini ? « é difficile pensare che questa posizione favorevole sia il frutto del caso. Nessun sito, nessun castello, ebbe la stessa importanza nella pratica religiosa della società catara... » (Michel Roquebert)

Sin dal giorno in cui seppero convincere il signore di Péreilhe di dare il poggio di Montségur alle Chiesa catara, Raymond Blasco e Raymond de Mirepoix rimasero al rango dei costruttori del Tempio. Non potevano immaginare, all’inizio di quel secolo, che Montségur sarebbe diventata un girno il luogo di una battaglia.

« Ovunque, il catarismo si diffonde, al grande giorno, sotto la protezione dei nobili rurali, col comodo tacito dei principi:l’ inerzia dei signori di fronte alle chiamate ripetute di Roma rende impossibile la crociata che sin da 1198 il papa Innocento III richiede con tutta la suo volontà; scomuniche ed anatemi fulminati contro “i complici dell’eresia “ non commuovono affatto le popolazioni; le delegzioni e le missioni predicanti organizzate dal Santo Padre conoscono fallimento su fallimento. Neanche i grandi baroni credono nella guerra, altrimenti, si sarebbero preparati; ma l’invasione di 1209 li troverà tragicamente diarmati. A meno di prestarle una chiaroveggenza estrema, la Chiesa catara non ha ragioni di allarmarsi. » (Michel Roquebert)

Abbiamo conservato la memoria di una comunità ascetica che vive in una casa appoggiata al tempio, una comunità alla confluenza di due mondi, che si apriva a tutti colori che venivano sulla soglia e bussavano alla porta. Presso i perfetti, ciascono, a poco a poco si staccava del mondo. Raymond de Péreilhe, anche lui si aumento’ nella vita monacale.

Ma i drammi celesti tendono le loro ombre fino alla terra. Un giorno di quest’anno 1232 la loro quietudine troppo perfetta , la loro contemplazione furono definitivamente turbate. Montségur venne requisito dalla chiesa errante che cercava di proteggersi. Il vescovo Guilhabert di Castres e gli altri perfetti attardati in un mondo diventato bellicoso salirono all’appuntamento col porto di immatricolazione. Funono seguiti da una folla urlante che portava alte le croci e le bandiere. Raymond de Péreilhe avrebbe senza dubbio preferito che disperdessero perché si sparpagliasse anche la muta. Ma, poiché si doveva morire, che fosse in quel luogo.

Raymond de Péreilhe aveva vissuto troppo nell’armonia del puro-amore e dello spirito. Pierre-Roger de Mirepoix, co-signore e cugino, venne prendere in mano gli affari militari per difendere fino alla fine, il suo onore, la sua cultura e i suoi beni. « Cosi’ come esiste una collusione stretta tra l’ordine reale e l’ordine cattolico, emerge una solidarietà profonda tra la resistenza della fede e la resistenza delle armi. » (Michel Roquebert)

Montségur fu sistemato, fortificato, rifornito. Gli uomini d’armi faidits – di cui i beni erano stati confiscati - si raggrupparono intorno a Pierre Roger de Mirepoix. Diventato piazza forte, il tempo fu ormai l’ultima isola della resistenza. Tutti avevano scelto di morirvi ! « Non conosceremo certamente mai la destinazione esatta di Montségur. Ma che abbia avuto per vocazione prima di essere un centro spirituale o un ridotto difensivo, gli eventi basteranno a fissare il suo destino: a pena ricostruito servirà proprio di rifugio. » (Michel Roquebert)

Quale è dunque questo mistero che se ne sarebbe andato coll’ultimo dei perfetti, ma che potrebbe persino rimanere sotto i nostri occhi chiusi? Raymond de Péreilhe più di qualsiasi altro reduce, poteva averlo percepito; ma rimase muto nel suo dolore umano. E gli altri: soldati che credono e pellegrini, che vennero con entusiasmo fino alla cima del poggio durante gli anni che seguirono, che cosa potevano saperne della destinazione esatta di Montségur?

Nell’ordine iniziatico, il segreto non é una conoscenza che si decide di tenere nascosta. Le rende tale la sua natura: « esiste esclusivamente nell’inesprimibile , che, per consegenza, é necessariamente anche incommunicabile.” Mentre ogni segreto di ordine esterno puo’ sempre essere denunciato, il segreto di ordine iniziatico solo non puo’ mai esserlo in nessun modo, poiché, in sé stesso ed in qualche modo, per definizione, é inaccessibile ed impercettibile agli stranieri e puo’ essere soltanto la conseguenza dell’iniziazione stessa. Per essere precisi, quello che si trasmette nell’iniziazione non é il segreto stesso, perché è incommunicabile, ma l’influenza spirituale veicolata dai riti, e che rende possibile il lavoro iinterno grazie al quale, prendendo i simboli come base e come appoggio , ciascuno raggiungerà questo segreto e penetrerà più o meno profondamente, secondo le sue possibilità di comprensione e di realizzazione. » (René Guénon)

Sappiamo che il famoso tesoro dei Catari fu salvato prima della resa. Sappiamo anche che Pierre de Mirepoix si ritiro’ liberamente con armi e bagagli verso il castello di Montgailherd. Guillaume de Plaigne sceglie Roquefixade.
Se dunque rimane qualcosa a Montségur, deve essere una chiave, puo’ essere un simbolo

Questa domenica 13 marzo 1244, una ventina di fedeli sollecitano l’illuminazione della consolazione: Bertan Marty e Raymond Agulher li guido’ nel cerchio dei perfetti. Erano indubbiamente duecento. Vedevano a loro piedi il rogo pronto.Non speravano soltanto di trovare oltre del mondo. Osservavano nel cielo il cammino bene tracciato... Questa domenica 13 marzo, data giuliana, alle cinque della mattina, la stella di luce segno’ il punto d’equinozio. La notte della piena luna si completava. « Quella domenica patetica di marzo 1244 cela a colpo sicuro il vero segreto di Montségur e dimostra dalla castellana al balestriere la fede indomabile di quelli che salvaronoi loro cuori al prezzo di una morte atroce. » (Michel Roquebert)

L’ultima notte di Montségur, prima che scadesse l’ora di arrendersi, i perfetti elessero quattro di loro per rimanere nella terra d’esilio. Avevano nome: Aicard, Hugon, Peytavi e Sabatier. Si nascosero nella piega della roccia. Soppiamo solo poche cose della loro missione. Immaginiamo tuttavia cio che poteva costarne a Pierre di Mirepoix ed a tutta la guarnigione di infrangere le convenzioni stabilite per la resa. Ma i quattro perfetti non potevano fuggire e testimoniare, prima soltanto del tempo era compiuto. In quel giorno di primavera, sarebbero andati a salvagurdare la speranza di un resurrezione futura. Avrebbero trasmesso il simbolo perché la tradizione non venisse persa a Montségur.

Ma a chi affidare questo simbolo e la chiave del mistero , in questo paese di avversità diventato repentinamente terra del re e terra dell’inquisizione. Al popolo tutto intero poiché lui solo rimane! “ La conservazione delle verità d’ordine esoterico sono sempre state affidate al popolo perchè altrimenti rischierebbero di perdersi, verità che il popolo non è capace di capire ma che puo’ trasmettere con grande fedeltà , anche se devono per questo essere nascoste dietro una maschera più o meno grezza. « Ed insmma si trova là la ragione e l’origine di tutti i folclori, e paricolarmente i cosidetti racconti popolari » (René Guénon)

Non è nella nostra intenzione evocare in questo breve saggio le fondazioni del dualismo cristiano di cui i catari testimoniarono in Occitania. Ricordiamo tuttavia che il dualismo partecipa necessariamente della grande corrente gnostica. « Lo gnosticismo è uno dei problemi più complicati che possono proporsi allo storico delle religioni e rimane ancora estremamente oscuro per gli specialisti stessi . Non solo concerne tutto – storia della chiesa, situazione del giudaismo all’arrivo del cristianesimo, misteri ellenistici, religioni orientali, sincretismo dell’oriente, del giudaismo e dell’ellenismo all’inizio dell’era cristiana – non soltanto, a suo proposito tutto è stato rimesso in questione, ma molte cose ci sfuggono ancora, già nell’ interpretazione dei pochi documenti chi ci sono pervenuti. Ci sono sistemi gnostici di cui siamo incapaci di dare una semplice analisi, ed esiste un’infinità di sistemi, spesso all’interno di una stessa scuola.. Una questione pregiudiziale sarebbe di ciedersi se abbiamo il diritto di agire colla gnosi come con gli altri campi di studio, poichè la variazione è per di sè la legge primordiale del gnosticismo. » (Henri-Charles Puech)

Non penetreremo dunque nei falsi labirinti delle diverse chiese, più o meno dualiste, più o meno gnostiche. Il nostro spirito prende appoggio sul simbolo che lo tira avanti più che sul dogma che lo ferma. « Ogni iniziato, o almeno ogni grande iniziato é portato ad elaborare, per conto suo, il proprio sistema di gnosi, o, all’interno di una “scuola”, ad interpretare a modo suo, a modificare ed a riformulare la dottrina iniziale. Non esiste ne ortodossia, ne chiesa gnostica. Raggruppati, maestri e discepoli, “perfetti” e “credenti”, formano dei conventicoli, delle comunità carismatiche senza strutture ne legami altri che i legami spirituali, dispersi qua e là e suscettibili di sciogliersi a secondo dell’ispirazione. » (Henri-Charles Puech)

La cosmogonia manichea – modello paradossale di una gnosi immobile - , guida la nostra meditazione sulla profondità mitica e l’intelleto perfetto dello gnostico in speranza di liberazione. Dopo la sua caduta, ritirato dall’Oscurità dallo Spirito Vivo, l’uomo ridivento’ divino. Quanto all’Anima di Luce, si trovo’ cosi’ dispersa nell’Oscurità che il Padre della Grandezza commando’ la creazione del cosmos, come una vasta noria che avrebbe riempito i suoi trogoli di particelle luminose. I resti migliori dell’Anima, i due vascelli di luce furono creati: il sole e la luna; ma anche le stelle come altrettanti cippi luminosi ai limiti del mondo. I pianeti rimasero il regno degli archonti celesti.
Spetotto al messaggero del padre , ritirato nel sole, mettere in moto la macchina ad attingere la luce.

Successivamente, il Principe del’Oscurità creo Adamo ed Eva per tentare di conservare le ultime particelle di luce che spetterà a Gesù venire a liberare. La rivoluzione cosmica divento’ lo strumento della Salvezza. La luna fu ideata come una specie di lancia, sulla quale si issavano i frammenti liberati in Colonna di Luce. Si caricava fino a diventarne piena . Poi, versava il suo carico sottile nel sole. Le particelle di luce vi erano purificate prima di essere affidae alla ruota zodiacale che le trasportava definitivamente oltre il cosmo.

Torniamo ora a qulla ”patetica domenica di marzo 1244”. Giorno del sole, fu anche il giorno del equinozio. Questo significa che il sole si situava in mezzo al cielo. Inoltre, la luna era nuova. Sotto la cripta celeste, al punto più elevato della montagna sacra, i prefetti e gli ultimi consolati si preparavano al gran viaggio, nel raccoglimento, la preghiera e il canto. Da li’, toccavano quasi il cielo. Si sarebbero tenuti per mano. Non avrebbero avuto paura. Ma i loro spiriti avrebbero dovuto seguire il cammino giusto per giungere il limite delle stelle, l’Ogdoade, simbolizzata sulla croce di Morency. Soprattutto, avrebbero dovuto trionfare dei cinque arconti che regnavano sui cinque pianeti. “Questo tema si trova al centro del mito astrologico che fa fondo ad ogni storia gnostica che costituisce l’essenziale della pratica.. Bisognerebbe farne risalire la concezione all’antica religione astrale di Babilonia. » (Henri-Charles Puech)

Démétrios di Phalère (III° secolo avanti Cristo) riporta: « I sacerdoti egiziani cantavano le lodi agli Dei usando sette vocali che ripetevano successivamente, e l’eufonia piacevole dei suoni di queste lettere puo’ fare da flauto e da cetra. » Edmond Bailly ci chiarisce col suo saggio intitolato : Il canto delle vocali come invocazione agli Dei planetari. « Qualcuno potrebbe vedere nelle negli incantesimi semplici preghiere formulate per ottenere un’unione mistica tra le cose del cielo e quelle della terra, cosa che è l’oggetto di tutte le pratiche religiose vere. Pero’ non fu sempre cosi’ nell’antico Egitto dove il richiedente brigava più che implorava per l’intervento degli Dei. Qui, come nella maggior parte delle formule insegnate dai bramani, siamo in piena teurgia; questa comunità di riti tra India e Egitto deve ritenere la nostra attenzione. L’incantamente non è una preghiera, ma un ordine al quale gli Dei sono costretti di ubbedire se nessun errore si è intromesso nel rituale. »

Nella tradizione pitagorica, il discepolo Nicomaque di Gérase insegna : « I suoni di ciascuna delle sette sfere producono un certo rumore, la prima realizzando il primo suono, ed a questi suoni sono stati dati i nomi delle vocali. Queste cose sono dette inesprimibili per di sè dai scienziati, insieme a tutto quello che à formato, dato che il suono, qui, ha lo stesso valore dell’unità in aritmetica, il punto in geometria, la lettera in grammatica. Se queste cose vengono combinate con sostanze materiali come le consonanti, come l’anima è unita al corpo e l’armonia alle corde, creano esseri animati, queste dei toni e dei canti, quelle delle facoltà attive e produttrici di cose divine. Ecco pechè i teurgi, quando adorano la divinità, la invocano simbolicamente con strilli o fischi gorgheggiati, con suoni inarticolati e senza consonanti. »

Troviamo presso Plotin : « La voce umana è lo strumento magico per eccellenza, quello senza il quale le operazioni più alte dell’arte non possono riuscire. “ Ciascuna delle sue emissioni porta nel mondo invisibile, e vi mette in gioco forze di cui l’uomo comune non sospetta né le azioni multiple, né tantomeno l’esistenza. »

Restiamo su questi insegnamenti senza preoccuparsi per il momento né del simbolismo delle varie vocali, né del loro posto nell’ordine del canto. Questa varia, d’altronde, da una tradizione ad un’altra. La lingua di oc possiede cinque vocali e non sette come la greca.. Tuttavia, se consideriamo il sole e la luna come vasi di luce, troviamo i cinque pianeti allora conosciuti sui quali regnano i cinque arconti.

Ogni anno, all’inizio di settembre, si svolgono serate musicali nella chiesa di Roquefixade. Sono intitulate “ Musica del temps passat”. Sono concerti di musica antica che ci portano dall’epoca dei trovatori a quella del barocco. Ogni gruppo musicale si vede imporre un ‘interpretazione originiale di una vecchia canzone:” Le cant del boier” cioé il canto del bovaro. La prima chiave di questo canto occitano, venuto dal fondo dei tempi, risiede nel ritornello che è appunto una vocalizzo :

Chemins cathares - Le chant du bouvier

Quale è dunque questo canto di cui la tradizione vuole che sia portatore di un messaggio codificato? Si tratta di un rèbus enigmatico derivato dagli ultimi giorni di Montségur... Cosi’ che, da una voce ad un’altra, il segreto è riuscito ad aprirsi un passaggio fino a noi. Ha attraversato le sfere inquisitorie e le oscurità che si sono abbattute sulla terra occitana !
Di quale simbolo sarà il portatore? Perché tale canto che potremmo considerare profano? Ricordiamo : « Al popolo è stata affidata la conservazione delle verità d’ordine esoterico che altrimenti si potrebbero perdere. » « Quando una forma tradizionale sta per estinguersi, i suoi ultimi rappresentanti possono benissimo affidare volontariamente alla memoria collettiva cio che, altrimenti si perderebbe senza ritorno; insomma, è il modo più sicuro per salvare quello che pup’ esserlo in una certa misura; e nello stesso tempo, l’incomprensione naturale della massa è una garanzia sufficente che cio’ che possedeva un carattere esoterico non ne sarà spogliato per cio’ , ma rimarrà soltanto come un tipo di prova del passato, per quelli che, il altri tempi, saranno capaci di comprendere. » (René Guénon)

Torniamo adesso sulla domanda che ci siamo fatta: quale è esattamente la destinazione di Montségur? Esisteva, forse, un collegamento tra la costruzione enigmatica ed i simboli della dottrina catarra. (Fernand Niel). « I perfetti erano indubbiamente iniziati. » Immaginiamo male che avrebbero chiesto la costruzione di Montségur, cosi’ essenziale per la loro fede, senza conformarsi a norme.

Riferiamoci adesso ai perfetti costruttori di templi che erano i Sabei. Dopo tutto, Mani lui stesso ricevé la loro influenza:” sembra che suo padre sia stato in relazione con una setta battista:” è proprio possibile che si tratti dei Mandei (più probabilmente degli Elkasaiti o dei sabei, che li erano strettament apparentati) “ Hans Jonas – la religione gnostica. Resta il fatto che, per Henry Corbin, il termine Sabeo sarebbe meno la designazione di una religione definita, di una setta battista che un nome comune che si riferisce a molte sette e che significa piuttosto “gnostico”.

Ogni tempio sabeo prendeva la forma del riflesso di un astro. Doveva condurre la pietà tanto per la contemplazione della sua forma, quanto per il rituale proprio del angelo che regna sur tempio celeste, di cui restituiva l’immagine. “ il tempio sabeo è per eccellenza un tempio prototipo. « Questo tempio –prototipo è lui stesso una soglia, la soglia dalla quale communicano il tempio celeste e il tempio del cuore. Quanto edificio materiale ricostruisce l’immagine della stella del tempio celeste, è il passaggio che guida alla costruzions spirituale interna. Perché riporta all’origine, è dunque per eccellenza la figura e l’appoggio di quest’operazione mentale che costituisce anche un esodo, un’uscita dal chore verso l’anima. » (Henry Corbin)

Il proprio destino dello gnostico (ed in particolare del manicheo ) prenderà forma infatti all’immagine di quella dell’uomo divino. Mostrerà il cammino della sofferenza fino alla redenzione, et alla sua liberazione – che ha lo stesso significato che la resurrezione del Cristo per i cattolici – è un avvenimento fuori dal tempo, principamente un avvenimento-prototipo simbolo della salvazione da venire di tutti i figli dell’Uomo.

« L’ideologia sabea del tempio fornisce alla meditazione la possobilità di passare dalla rappresentazione dei templi o degli astri iscritti ai cieli dell’astronomia e riprodotti simbolicamente nell’architettura dei templi terrestri alla rappresentazione di un tempio spirituale costituito dalla coalescenza delle anime che si sostituiscono alle stelle come recipiente ed icone delle pure sostanze di Luce, perché i Sabei si rappresentavano i templi celesti come governati da angeli ai quali si rivolgevano i loro culti. » (Henry Corbin)

Ci rimane da trovare più precisamente , nel tempio di Montségur, in questo giorno d’equinozio, il “sabeismo” dei catarri. Esiste a Montségur un sistema che permetteva di situare gli spuntare del sole alla date notevoli dell’anno, solstizi ed equinozi, che corrisponde agli inizi e alle fini delle stagioni. (Fernand Niel)

Come ogni gnosi, il catarisme è tutto bagnato dai miti astologici. Abbiamo visto che per i manichei, la rivoluzione cosmica era diventata lo strumento della salvazione. Ma, se i miti manichei sono relativamente stabiliti, quelli dei catarri (rappresentati da comunità disperse) offrono una diversità inafferrabile. « Non possediamo nessuna informazione sul modo in cui i neo-manichei dell’Occitania celebravano la festa dell’equinozio di primavera che corrisponde alla Pasqua dei cristiani. » (Fernand Niel)

Esausti e senza risorse, i catarri di Montségur vollero , a tutti costi, tenere fino al giorno dell’equinozio. Il signore Pierre di Mirepoix, in accordo completo col vescovo Bertrand Marty, offri’ la resa della guarnigione soltanto alla condizione che una tregua di quindici giorni sarebbe accordata, durante la quale il tempio sarebbe rimasto inviolabile. Allora, avrebbe ritrovato la sua fine iniziale. La chiesa perseguitata avrebbe offerto un ultio rituale in “questa patetica domenica di marzo 1244” . E molto probabile (come lo suggerisce Fernand Niel) che « il vescovo Bertrand Marty ed i suoi compagni abbiano voluto, prima di morire, celebrare un’ultima volta la festa che per loro corrispondeva a quella di Pasqua. “ Si sa che i catari celebravano questa festa, poiché uno dei loro grandi digiuni precedeva appunto Pasqua. » (Zoé Oldenbourg)

Vediamo il senso della festa gnostica : « Le feste religiose commemorano un evento.” Le feste speculative riconducono l’evento, lo mettono al presente. E’ una situazione attualmente provata, determinata dalla stella, la stagione, e proiettata in una Figura: il tempio specialmente dedicato ad ogni festa e nel quale si riuniscono i Savi. La fede interna è una fede tramutatrice: non commemora, promuove l’evento. Ha la potenza di agire gli eventi perché li trasmuta in simboli, ne conserva solo la trascendenza. Non ritorna essa stessa al fatto, non tenta di ridurlo alle sue cause; è il fatto che trascina con se stessa verso cio’ che annuncia (...) che l’anima si aumenta alza ancora, le feste allora non saranno più celebrate nel tempio dei teosofi sabei.L’evento non sarà più provato come evento verificato o che avviene a qualcuno, ma come questo qualcuno stesso; cioè , l’evento non è più soltanto messo al presente, l’anima stessa ne divanta la presenza. La situazione vissuta sarà allora proiettata non solo nel tempio che ne sarebbe la Figura, ma anche nella realtà di queste Personne-prototipo che sono gli esegeti che agiscono l’esegesi esoterica e la cui ricorrenza sarà il ciclo stesso del calendario dell’anima. Con una conversione ed un’elevazione caratteristiche della visione mentale, queste persone , come prototipi celesti, saranno “di persona” queste feste stesse, e saranno esse stesse il Tempo e il Tempio di queste Feste. » (Henry Corbin)

Il sabeismo dei catari di Montségur ci apparirà nelle forme del tempio. Non trasparisce già nel doppio evento dell’equinozio e del rogo? Questa primavera in cui sorge, il mondo non si desta, non è veramente l’immagine o la dichiarazione della loro resurrezione? L’equinozio è l’evento che agisce nell’eterno-presente. Oltrepassa ogni idea di commemorazione necessariamente attacata alla nozione di tempo. “Ad ogni festa, i savi si radunavano nel tempio specialmente costruito per questa festa e di cui l’architettura corrisponde alla costellazione che regna questo giono. « Il tempio sabeo è il posto ideale dove il rituale religioso legale trasmuta in rituale di liturgia cosmica. Alla festa delle primavera e della rinascita corrisponde la festa della rottura del digiuno. » (Henry Corbin)

Siamo pronti ad accordare a Fernand Niel che le grandi solennità liturgiche erano determinate astronomicamente dall’ingresso del sole nei segni del zodiaco. Cioè, secondo la cosmogonia manichea, quando il sole veniva a versare il suo carico di luce, liberato e purificato, nella ruota zodiacale. Questa doveva allora portarlo via definitivamente da questo mondo di tenebri.

La festa maggiore dell’équinozio di primavera diventava veramente il momento di una resurrezione. “La misericordia celeste dell’epifania” scendeva sulla terra. La conoscenza esoterica poteva finalmente essere proclmaata. Compiuto il tempo? Rotto il digiuno, superate le Tenebri, bisognava che i quattro perfetti lasciassero Montségue per proclamare la gnosi ai quattro punti cardinali. Allora la celebrazione si rivestiva di una seconda speranza.

Saliteci a Montségur! Non un sedici marzo, come fanno gli ignoranti, che restano pinatati su una data del calendarion giuliano e commemorano l’apparenza del rogo. Non, salite presto la mattina del equinozio. Voltate il vostro sguardo verso il cielo... “Ci sono molti modi per vedere il cielo, diceva Sohravardî. Cene una commune agli uomini e agli animaliC’è quella dei scienzati, astronomi e astrologi, che vedono il cielo cogli occhi del cielo. Ci sono, infine coloro che non vedono il cielo nè cogli occhi della carne, né con quelli del cielo, ma cogli occhi della visione interna.

Nono vedrete la costellazione dell’Ariete; ma una costellazione più grande di questa: la vera costellazione della resurrezione e dell vita sulla quale nessun archonte puo’ regnare. La vedrete scomparire per ultimo nel giorno nascente, quando gira delicatamente intorno alla sua stella principale, Arcturus, sole delle notti d’estate e delle leggende. Viene ad llineare a perpendicolo del tempio, la sua immagine! Allora, cantate piano il “Canto del Bovaro”, porchè porta in sè cio’ che i catarri hanno voluto lasciare affinché anche noi risuscitiamo. Questo canto è un tipo di rebus dalle parole criptate, perché il “Bovaro” è la metafora del Cristo (Prima lettera di Paulo ai Corinzi, III 9). Porta la chiave principale di cui lo svelamento, ormai è vicinissimo...

“Perché si sono dato tanta pena?” si chiedeva Fernand Niel, meditando sul tempio, mentre potevano benissimo costruire il monumento su un piani più regolare, più geometrico? L’angolo settentrionale del mezzo di facciata non poteva essers convesso rispetto al cortile interno, o meglio ancore, non potevano farla senza nessun’angolo la facciata?” L’opera, di sicuro, venne corretta poi dai distruttori di Montségur, ma l’immagine rimane. “Il mastio è il riflesso della stella Arcturus, mentre il corpo dell’ edificio prende la forma dell’immagine della costellazione prototipo del Bovaro. Il castello è come l’ombra portata . Per questo, diventa il Tempio, luogo della contemplazione.

In questo tempio terrestre, riprendete il ritornello delle vocali fino a quando la vostra intelligenza alzi il vostro spirito fino al tempio celeste. Nella contemplazione profonda, alzatevi fino a questa costellazione che si apre sul Regno del Dio sconosciuto. Come lo pensava Déodat Roché, “i catari volevano avere una gnosi, cioè una conoscenza diretta sia delle entità spirituali che delle realtà fisiche.” Le loro dottrine erano insegnamenti senza dogmi imposti, in Occitania, poiché in caso di divergenze su qualche punto, i catari dovevano” vedere” loro stessi secondo il consiglio dato nell’ “Ascenzione di Isaia”.

Ci resta dunque il Canto del Bovaro e in cima in cima, desertata e abbandonata, la nave di alcuni pescatori d’uomini portati via un giorno d’equinozio in un misterioso aldilà. Il relitto rimane, invita al viaggio. I catari ci hanno lasciato un simbolo nascosto nel cuore di un canto popolare. “La paura Joana” (la povera Giovanna) è la metafora della chiesa catara. Il messaggio testimonia della speranza dei perfetti in un ritorno della saggezza gnostica (dopo settecento anni...) Il simbolo non appartiene al tempo storico, è oggi cio’ che era ieri e cio’ che sarà domani, la giunzione del Tempio terrestre e del Tempio celeste nell’eterno-presente.

«Non si deve d’altronde dimenticare che, se l’iniziazione simbolica, che è soltanto la base e l’appoggio dell’iniziazione effettiva, è inevitabilmente la sola che possa essere data da fuori, almeno puo’ essere conservata e trasmessa anche da quelli che che non comprendono nè il suo senso, nè la sua portata. Basta che i simboli siano mantenuti intatti perché siano sempre in grado di svegliare, presso chi ne è capace, tutti i concetti di cui rappresentano la sintesi. Il vero segreto iniziatico, inviolabile per natura e che si difende di per sé contro la curiosità dei profani, e di cui il segreto relativo di certi segni esterni è solo una figurazione simbolica, ricordiamo, risiede in questo; questo segreto, ognuno potrà penetrarlo più o meno secondo la dimensione del suo orizzonte intellettuale, ma nache se lo avesse penetrato interamente, non potrebbe mai communicare ad un altro quello che ne avrà capito lui stesso; al massimo, potrà aiutare a raggiungere questa conprensione quelli soli che ne sono attualmente capaci. » (René Guénon)

Quando al mattino del solstizio d’estate, quando il raggio del sole attraversa le due feritoie del mastio, la simbolica è diversa. Per capirla, occorre immaginare che non si tratta più di una rovina, ma di una sala chiusa. Spunta appena l’alba. L’oscurità quasi totale regna. E poi, un potente raggio di luce attraversa la sala. Nessuno puo’ vederlo. La luce infatti si fa presente solo quando incontra un oggetto che illumina. Tutto raggio di luce è di per sè invisibilile . Questo momento straordinario non puo’ essere descritto meglio che dal quinto versetto del prologo del vangelo di Giovanni : «la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta »

Sarebbe dire che quelli che vogliono togliere a Montségur tutto il suo mistero non hanno cercato di penetrarlo? Sono loro che pretendono che la spirito muore sempre col corpo, a maggior ragione su un rogo?

« Quando s’impone ad un uomo di desiderio la decisione di raggiungere una tradizione, fin da questo momento, si tesse il legame storico tra lui e i suoi predecessori. Nè è l’erede legittimo ed il successore, quale che sia lo iato cronologico. Questo legame esistenziale non è un legame “storico” nel senso corrente e essoterico della parola, perché puo’ non lasciare nessuna traccia in nessun’archivio. Non di meno, questo legame è allacciato per sempre nel tempo della storia “sottile” che si puo’ pure chiamare “parastoria”, perché è riguardo alla storia profana quello che è la “parabola” riguardo ad ogni enunciato unidimensionale. » (Henry Corbin)



Michel Roquebert : Montségur – Les cendres de la liberté (Privat 1981)
Edmond Bailly : Le Chant des Voyelles comme invocation aux dieux planétaires (Collection Belisana 1976)
Fernand Niel : Les Cathares de Montségur (Seghers 1978)
Henri-Charles Puech : En quête de la gnose (Gallimard 1981)
Henry Corbin : Temple et Contemplation (Flammarion 1981)
René Guénon : Aperçus sur l’Initiation (Editions Traditionnelles 1980)

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Yves Maris, philosophe cathare
Yves MARIS
8 mai 1950 - 29 juillet 2009
Biographie


RESURGENCE CATHARE


Le Manifeste
Ouvrage présenté et recommandé
aux auditeurs de France Culture
par Michel Cazenave, producteur de
l'émission «Les Vivants et les Dieux»

Ouvrage sélectionné par la bibliothèque
de l'Université de Navarre (Espagne)
LE MANIFESTE CATHARE - Publications de Yves Maris



THESE DE DOCTORAT


En quête de Paul
L’affrontement de deux conceptions opposées
du monde au moment de l’émergence de
l’idée chrétienne fondatrice de la culture
et de la pensée occidentale, tel est l’objet
de cette quête

En Quête de Paul - Thèse de doctorat de Yves Maris





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